Menu Content/Inhalt
Andrea Barlotti: chitarra, cori. Cristiano Sapori: voce, chitarra.


«ear», in greco antico, significa Primavera.«ear»

Fin da piccolo, mi piaceva chiamarla l’«era dei sogni». Molto più di una stagione quindi.

Crescendo questa immagine di bimbo è diventata sempre più visibilmente un tratto caratteriale. Imprescindibile da me.

Ho ricordi sparsi e infiniti, come senza tempo, ma molto precisi nel profumo, nei tratti di linea che percorrono i miei stati d’animo: succede qualcosa. Chiunque è in grado di sentirlo. Succede qualcosa dentro. E succede qualcosa fuori. Si fa più forte lo spazio, in trasparenza diventa più facile vedere. Lunghissima la luce, in strisce bianche che si conficcano nella terra. Corde in tensione che tagliano il blue. Può essere anche questo che succede? Sì, può essere. Ma certamente non solo questo.

La scelta di chiamare la nostra formazione, «ear» – nasce proprio dalla semplicità di questo pensiero. La sensazione chiara di non poter definire la mia Musica. Quella che sento io. Manca sempre qualcosa: ed è proprio quel dettaglio, quel particolare minuscolo che in continuazione cambia, che io cerco. Cambia e fa cambiare me. Proprio come la Primavera, sempre mi rinnova. Proprio come la Primavera, non si può definire. Non si lascia racchiudere in una parola. Contiene, ma è sempre oltre il limite. Una scatola i cui lati trasparenti, nelle tre dimensioni, sfumano all’infinito.



2000/2001Musica Nuova

Ero lontano da casa; ma in un senso del tutto speciale ero a casa. In una stanza mia, in mezzo a coetanei diventati amici. Il paesaggio, l’aria. Il buio familiare che mi toccava colava nel colore di una perla. La mia rivelazione in una notte di Primavera. La mia Musica finalmente si faceva spazio e pretendeva di essere. Nuda, senza specchi.

L’idea che mi portavo dentro non era affatto dettagliata. Tuttavia l’onda si faceva sentire, in continuazione. Schiuma bianca nei battiti. Durante l’Estate, a mollo nel conflitto fatto di amore e sole, svelai lentamente ad andrew cosa mi spingeva interiormente e lasciai a lui la risposta. C’era la sabbia appiccicata alle nostre chitarre. C’era il mare con le sue mani grandi tese verso di noi: ascoltava, mentre il sole scioglieva i colori e l’aria danzava intorno. E c’era la nostra Musica. Nasceva lì, in quella sostanza.



2001/2003


«La Stanza Della Cera»

La Stanza Della Cera all’inizio era piuttosto una camera dimenticata, abbandonata e trattata male. In origine nasce come stanza della Musica: io e andrew eravamo piccoli. Avevamo deciso di creare uno spazio nostro dove poter appendere i poster dei nostri idoli musicali, radunare spartiti per suonare le loro canzoni, sognare di poter magari un giorno… Poi la stanza venne chiusa; e lasciata lì. Piena delle nostre scritte. Non fu per decisione, direi piuttosto per condizioni. Stavamo crescendo e con noi anche la Musica: il sabato pomeriggio era il giorno. Sopra a un pollaio, riscaldato a gas da un calorifero per pulcini, ci trovavamo noi quattro: io, andrew, l’amico trella (ora voce e basso degli Herba Mate) e il mio cuginetto Ermes (ora batterista degli Herba Mate). Suonavamo le canzoni delle bands migliori del mondo. La Musica che ascoltavamo noi era la più bella. (“…che Musica ascolti?” “Io ascolto la Bella Musica”.) Suonavamo più forte che potevamo ed eravamo famosi nei nostri sogni di gloria. Almeno fino all’istante prima di spegnere, e uscire: perché poi tutto precipitava subito. L’inverno cattivo mi faceva diventare brutto. E di quella tristezza che mi accompagnava io nutrivo anche il sangue. É andata avanti per un bel po’ in questo modo: non avevo la sensazione di crescere. Sentivo gonfiarsi qualcosa, ma il mondo restava immobile. Fu essenzialmente per questo che decisi di partire. Il viaggio chiuse il cerchio, ma spalancò una verità: «solo chi cambia rimane fedele a se stesso».

Quella che era stata la nostra stanza della Musica, chiusa oramai da anni, tornò ad essere viva, ma in altre vesti. Fu sgomberata di tutte le cianfrusaglie inutili (beh, non proprio tutte!) e riadattata con il materiale che avevamo. Si trattava di creare uno spazio per iniziare: ci vuole coraggio ogni volta che si deve ammettere una parte intima di se stessi. E noi eravamo nudi; eravamo veramente senza difese, pronti a vederci. Abbiamo avuto coraggio. I tratti distintivi del carattere di quello che ancora oggi mettiamo in Musica, sono convinto si possano ricondurre tutti a quello che abbiamo trovato dentro alla Stanza: un’atmosfera ovattata. I cavi delle chitarre sentivano scorrere il nostro sangue. Brandelli di vita sparsi ovunque: le mie parole. Al di là delle quattro pareti, un inverno buio che avremo visto morire. E dentro la luce delle nostre candele, nella cera lenta e informe che ricopriva un vecchio specchio, la nostra Musica.



2003/2004

Arriva PrimaveraSebbene non sia in grado di ricordare il momento preciso, sono certo sia stato andrew a tirare fuori la storia del violino. A dir la verità, la sua proposta prevedeva originariamente un violoncello e, in assoluto, doveva trattarsi di una ragazza che suonasse. Una presenza femminile in certo senso completava la sostanza della nostra Musica. Chiaramente mi trovai d’accordo: le ricerche cominciarono più o meno in fretta. Lo stimolo definitivo venne da una presa di coscienza comune avvenuta dopo alcune esibizioni dal vivo: non eravamo completi.

Mancava davvero un suono per quello che la parola «ear» voleva significare. 

Era novembre e andava tutto piuttosto male; il fondo era stato toccato decisamente (si dice che sia una posizione ottima da cui cominciare, poiché più in basso non si può andare). Quando euly comparve, dietro ad andrew, non ero in effetti capace di pensare a qualcosa di concreto, di duraturo, che avrebbe accompagnato (realizzato?) la nostra idea. Era molto più semplice, immediato e naturale stare dentro e lasciare fuori il mondo: non ero in grado, interiormente, di fidarmi. Consegnare il mio segreto, la mia Musica, nelle mani di un estraneo. Ero diventato di pietra, come il granito bianco di certe rocce che mi hanno tenuto nel loro grembo. Ascoltavo da dentro. E non lasciavo passare. Ma per fortuna c’era ancora andrew e per fortuna dietro di lui c’era euly. Due grandi occhi azzurri. Belli. In un sorriso di bambina: noi i suoi angioletti, lei la nostra regina.



2004/2005


euly, insieme alla Musica che ha portato con sé, ha riscritto le canzoni degli «ear». Non come azione consapevole; direi piuttosto si sia trattato di un processo molto naturale che ha visto coinvolti tutti e tre, insieme e indistintamente. Nonostante le difficoltà personali del momento, con cui ognuno di noi si trovava a che fare, siamo riusciti ad incontrarci dentro. Nel fondo. A vedere oltre la paura. Oltre il male che seccava la gola. La Musica è stato il punto di giuntura per noi tre, ma anche per se stessa: il lavoro che ha dovuto affrontare euly nei primi mesi è stato davvero pesante. Si trattava di suonare a schema libero (niente spartiti, nessuna traccia) pezzi mai sentiti prima e mai immaginati, scritti da due ragazzi che non conosceva. Pezzi difficili, che avevano un peso ingombrante. Credo sia stato essenzialmente questo che ha permesso il resto. Il dono di euly. Lei sapeva, forse fin dal primo ascolto, di quel peso. E ne ha portato rispetto: ha scelto di accarezzarlo. Prendersene cura, scoprendolo. Poteva liberarsene; in fondo chi glielo faceva fare? Era tutto talmente lontano. Gli occhietti così chiusi; le figurine stropicciate, così raggomitolate su se stesse. Il violino ha sorpreso la nostra Musica; euly è stata capace di interpretare degli stati d’animo che nemmeno io sapevo spiegare. Provo, tuttora, difficoltà piuttosto imbarazzanti quando mi trovo nella condizione di dover presentare una canzone che ho scritto; sono perlopiù parole messe a caso, frasi che non hanno né un inizio né una fine. Non è certamente una cosa di cui vada fiero, tuttavia si tratta di un aspetto caratteriale con cui devo avere a che fare.La Soluzione Nella Stanza Della Cera, quello che scriviamo io e andrew viene presentato a euly solamente quando riteniamo che almeno la struttura portante del pezzo sia completa: euly ascolta, e non dice mai troppo. Le mostro il testo e perlopiù con gesti bizzarri cerco di disegnarle la condizione emotiva che mi ha portato lì. L’immagine che è nata. L’impronta che mi lascia la Musica. Poi torniamo a suonare, daccapo; e questa volta c’è anche euly, pian piano, con le gocce che lei ama così tanto, nasce la melodia e si lavora su ciò che si sente.

Ciò che conta è continuare a sentire.

 


 
Home
Login
Tu diventi Me
Rigonfiamenti
la bolla
musica liriche e registrazioni
Links
Eventi
News
sitemap
Galleria